Libera

Ieri, approfittando della bella giornata, ho smontato la voliera che avevo realizzato per te ed ho ripristinato quella che, originariamente, era una legnaia. Mentre lavoravo le emozioni provocate dai ricordi m’hanno travolto come un fiume in piena. Non dimenticherò mai il giorno che mi venisti incontro saltellando nell’erba del prato, per nulla intimorita dalla mia presenza e con il becco spalancato perché avevi fame. Ti raccolsi e ti portai in casa dove, pieno di dubbi e domande su cosa fare, andai a consultare un vecchio e prezioso libro di ornitologia. Apresi allora che eri un piccolo Corvus cornix Linnaeus, una cornacchia grigia, e che eri onnivora. Queste notizie, insieme ai consigli di un amico veterinario ed alla tua indubbia intelligenza, facilitarono molto il mio ruolo di “allevatore”. Ti chiamai Cornelia.

Dopo pochi giorni, con mio grande stupore, arrivò un’altra piccola cornacchia e tu l’accettasti subito. Cornelio era meno socievole di te e, tuttavia, bisognoso di cure. Realizzai la voliera per consentirvi di muovere e irrobustire le ali. Infatti, fin dal giorno in cui vi raccolsi ero cosciente che, in quanto stupendi animali selvatici, un giorno sareste tornate libere. Però, a differenza di Cornelio che subito mostrò notevoli capacità di volo, ti muovevi poco. Dovevo, quindi, insegnarti a volare. Realizzai quello che i miei vicini battezzarono “il parco giochi per cornacchie”: una serie di trespoli composti con rami e rametti, collocati fuori dalla voliera ed a distanza variabile tra loro, sui quali avresti compiuto i tuoi primi brevissimi voli.

Che emozione e quanta paura provai la prima volta che ti portai fuori dalla voliera. Tu salisti docile sulla mia mano e cominciasti a guardare, curiosa, il mondo che ti circondava. Ti portai su uno di quei rami e tu, eccitatissima per questa nuova condizione, con brevi saltelli tra un ramo e l’altro cominciasti la tua nuova avventura. Di giorno, quando ero a casa, ti lasciavo uscire nel “parco giochi” e ti assistevo costantemente: per soccorrerti nei tuoi rovinosi atterraggi, per incoraggiarti quando tentavi brevi voli da un ramo all’altro. La sera, invece, ti mettevo nella voliera, dove passavi la notte al sicuro ed insieme a Cornelio.

Iniziammo anche a fare delle passeggiate in giardino. Ti sistemavi sulla mia mano oppure salivi sulla mia spalla e ti affidavi a me, guardando intorno curiosa e meravigliata per ciò che scoprivi. Eri talmente contenta che facevi “le fusa”, strofinando il tuo becco sulla mia guancia ed emettendo impercettibili suoni vicino al mio orecchio. Con il passare dei giorni iniziasti qualche volo più ardito e più alto che io vivevo con ansia, temendo potessi farti male e perché, nel frattempo, era subentrata la paura di perderti. Mi stavo affezionando a te. Altre volte ti sistemavi su un masso esposto al sole e iniziavi a prendere il sole. L’avevo letto sul mio libro di che vi piace prendere il sole: arruffate le penne del corpo ed aprite le ali, offrendo il vostro corpo al caldo sole. Eri tenerissima.

Altro momento commovente fu quando scopristi il tuo primo temporale. Arrivò improvviso, nel pomeriggio di un caldo e soleggiato giorno. Tu riposavi su uno dei tuoi rami preferiti del “parco giochi” ed io ero in casa. Da alcuni giorni ti lasciavo più tempo da sola, anche se ti controllavo costantemente e di nascosto. Ti raggiunsi subito, preoccupato per una tua eventuale reazione spaventata e per portarti nella voliera. Invece tu eri lì, le penne arruffate ed il becco all’insù che guardavi, meravigliata e curiosa, il cielo da cui scendevano quelle calde gocce che ti bagnavano. Rimasi vicino a te, affascinato dal tuo comportamento, durante quel breve temporale.

E venne il giorno, agli inizi di luglio, in cui decisi di vedere come si sarebbe comportato Cornelio, fuori dalla voliera. Lui, a differenza di te, non aveva bisogno di “lezioni di volo”. Volevo tenerlo vicino a te più tempo possibile perché non confondessi la tua vera natura, con la mia. Tuttavia, non potevo continuare a tenerlo chiuso in quella gabbia perché immaginavo ne soffrisse. Quindi, se fosse rimasto nel “parco giochi”, avreste continuato l’avventura insieme. Aprii la voliera e tu, come al solito, ti spostasti su un ramo che era in prossimità della stessa. Quel gran farabutto di Cornelio, invece, con mia gran meraviglia spiccò il volo e puntò in alto, dirigendosi verso i boschi che circondano casa. Fu un lungo volo e, alla fine, scomparve alla nostra vista. Ti guardai ed in quel momento ebbi la sensazione che anche tu fossi meravigliata. Non tornò più e gli augurai buona fortuna. Però fui contento che tu fossi ancora con me.

Appollaiata sul tuo ramo e con il becco all’insù, spesso ti sorprendevo a guardare gli altri uccelli che volteggiavano alti oppure le grandi querce che ci sono in giardino. Agitavi le ali senza, però, lasciare il ramo su cui eri poggiata. Sapevo che il giorno che l’avessi abbandonato saresti tornata libera. Quel giorno si stava avvicinando ed al solo pensiero stavo male, anche se mi dicevo che dovevo accettarlo. Passavano i giorni e tu stavi cambiando, non eri più la cornacchia piccola e goffa che avevo raccolto in giardino. Le tue ali erano più forti, le piume di un bel nero lucente ed il dorso di un grigio ben definito. Eri bella, snella ed elegante ed io ero felice di vederti così.

Ed il giorno che temevo arrivò un pomeriggio di fine luglio. Ti avevo dato da mangiare e tu, come facevi spesso, eri salita sul dorso della mia mano, contenta. Mi spostai verso la voliera perché dovevo allontanarmi da casa e, in mia assenza, volevo saperti al sicuro nella stessa. Tutto accadde in un attimo che non dimenticherò mai. Ti spostasti sulla mia spalla e, per un lungo momento, il mio orecchio fu invaso dai tuoi versi sommessi. Subito dopo, spiccasti il volo raggiungendo un ramo, molto in alto, di una quercia. Rimasi immobile, in preda al panico. Poi ti chiamai e tu, da lassù, mi guardasti. Felice ed eccitata.

Eri libera.

Ti seguii tutto il pomeriggio mentre tu, lassù, prima timorosa e poi sempre più sicura, volavi tra un ramo e l’altro, tra una quercia e l’altra del mio giardino. Stavi scoprendo un mondo che ancora non conoscevi ed eri, lo vedevo, eccitatissima. Con l’approssimarsi della sera e del buio, pensai che saresti tornata a mangiare e, invece, ti persi di vista. La notte fu un incubo, con i pensieri e le paure che si sovrapponevano tra loro: avresti mangiato? Avresti incontrato pericoli? Ti saresti allontanata?

Al mattino presto, uscii in giardino e ti chiamai. Mi rispose il tuo verso e guardai in alto, felice che fossi ancora nel giardino. Eri sulla sommità di una grande quercia. Ti chiamai ancora, speravo di convincerti a scendere. Invece rimanesti lì e per tutto il giorno volasti da un albero all’altro, con voli sempre più lunghi. Con l’approssimarsi della sera, ti vidi spiccare un ultimo, lunghissimo volo.

Non sei più tornata.

Hai scoperto cosa vuol dire volare, hai provato la sensazione dell’aria tra le tue ali e di guardare il mondo, piccolo piccolo, sotto di te. E’ una felicità che non ti avrei mai negato, anche se questo ha significato perderti. Magari un giorno passerai dalle mie parti, riconoscerai il giardino e mi verrai a trovare. Qualunque cosa farai, il mio pensiero ti seguirà sempre.

Grazie Cornelia per quello che mi hai dato.

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n.b.: i nomi alle due cornacchie sono stati attribuiti indipendentemente dal loro sesso che, peraltro, è difficile da individuare perché le cornacchie grigie non presentano dimorfismo sessuale nella livrea o nelle dimensioni. Inoltre, un veterinario esperto di corvidi al quale ho descritto il comportamento dei due esserini da me allevati, ha affermato che probabilmente Cornelia era un maschio e, al contrario, Cornelio una femmina. Le seconde sono più schive e poco propense a stabilire rapporti con un essere umano a differenza dei maschi che, invece, sovente possono essere allevati perché familiarizzano subito con noi. Per ultimo, è una leggenda metropolitana quella che racconta di cornacchie che attaccano l’uomo. In un solo caso può avvenire questo: quando la cornacchia oppure il gruppo a cui appartiene, sono minacciati dall’uomo. Mi sembra sacrosanto.

Liberaultima modifica: 2013-09-15T19:09:23+00:00da bandita58
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13 pensieri su “Libera

  1. Tutto questo racconto è intriso di poesia. Una stupenda storia d’amore tra un essere vivente ed un altro essere vivente di un’altra razza. Posso immaginare la nostralgia.

  2. E noi ringraziamo te Carlo per averci coinvolto nella storia poetica che hai scritto per Cornelia o/e Cornelio. Ci vuole un gran cuore ed una grande sensibilità per scrivere così dei due volatili.Un caro saluto,aldo.

  3. Solo un autentico essere umano può entrare in contatto con tanta empatia e rispetto per un altro essere vivente. Questa storia bellissima e tanto semplice e vera mi commuove nel profondo. Credo che accanto alla nostalgia per la tua amica del cuore ci siano in te gioia e un senso di pienezza per l’esperienza eccezionale che hai avuto, e che solo a poche persone speciali è riservata. Grande Carlo 🙂

  4. E’bello, bellissimo l’amore che va oltre la specie.A me capitò con un riccio a cui feci da mamma, anche lui ha seguito la sua natura, è stato più forte delle mie coccole e dei miei biscotti, ma era giusto così.

  5. grazie a te, novello Lorenz – le tue parole sono salutari per chi ama gli animali – troppo spesso leggo di torture, ingiustizie e totale incomprensione verso coloro che ci affiancano – riposante e tenero, al contrario, il tuo racconto, va giù, dritto al cuore e lo solleva…pppffiiuhhh – un bacio a nome di Cornelia e Cornelio, anche loro ti sono grati per quello che hai donato loro – ciao

  6. Caro Compagno, se ancora non l’hai letto devi prenderti “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegno’ a volare” del Compagno Luis.HastaZac

  7. sarebbe tenero e commovente anche se fosse solo un racconto di fantasia… , invece è realtà vissuta giorno dopo giorno dal tuo animo nobile. Sei grandissimo. robi

  8. Pensavo nel leggere ad una nuova ,emozionante avventura umana:c’era tutto il sentimento che ci vuole . Auguri per l’inizio d’una metamorfosi.Corininanews

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